Il mosaico dei sogni smarriti: ciò che scopro quando la mia memoria decide di parlare

Quando i miei sogni diventano cassetti chiusi che non so più aprire

“I sogni erano sempre così ormai. Pieni di parole che non ricordava e che non sapeva come usare. Come infinite tessere di un mosaico, mescolate tra loro e chiuse in cassetti di cui non aveva più le chiavi…”

Questa frase di Le Lune di Avel, ogni volta che la rileggo, sembra parlare più a me che ai miei personaggi. Negli ultimi anni mi è capitato spesso di ritrovarmi in una condizione simile: pieno di immagini, intuizioni, pensieri sparsi, eppure incapace di dare loro un significato immediato. Come se la mia mente avesse deciso di archiviare emozioni in fretta, infilando tutto in piccoli cassetti che poi richiude con una cura quasi maniacale.

E i sogni diventano allora il luogo in cui quei cassetti provano a riaprirsi da soli, senza chiedermi il permesso. Mi parlano con una lingua parziale, frammentaria, fatta più di sensazioni che di parole. È un linguaggio che riconosco, perché è l’unico che non mente.

Viviamo in un mondo che ci costringe ad accumulare, ma non a comprendere.
Registriamo tutto, interiorizziamo poco.
E quando finalmente ci fermiamo, scopriamo che una parte di noi ha continuato a osservare, a soffrire, a desiderare. Lo ha fatto in silenzio, aspettando che ci decidessimo ad ascoltarla.

La mia scrittura come tentativo di ricomposizione: rimettere insieme le tessere

Ho sempre scritto perché mi serviva un modo per mettere ordine. La mia scrittura — quella che spesso viene definita evocativa — nasce proprio dalla volontà di riassemblare ciò che la realtà tende a frammentare. Le persone con cui parlo mi dicono spesso che si ritrovano nelle mie storie, ma la verità è che anch’io mi ci ritrovo, punto dopo punto.

Quando descrivo un personaggio che non ricorda, che sogna, che cerca, sto semplicemente dando voce a una parte di me che vuole tornare intera. Avel non è soltanto un pianeta lontano: è uno spazio mentale dove le cose che non sappiamo spiegare si presentano nella loro forma più nuda. È una cartografia dell’anima in cui le parole dimenticate tornano come fari notturni, e io stesso mi avvicino a quel bagliore con la naturalezza con cui ci si avvicina a qualcosa che si riconosce pur non avendola mai vista.

Le cause moderne di questo “oblio gentile”: perché dimentico, perché sogno così

La sovrastimolazione quotidiana

Viviamo immersi in un flusso continuo: notifiche, richieste, immagini, confronti. La mente reagisce come può: mandando in archivio ciò che non riesce a elaborare in tempo reale.

La memoria delegata alla tecnologia

Quando tutto è registrato fuori di noi, dentro non resta spazio. Abbiamo la sensazione di ricordare, ma spesso ricordiamo solo ciò che lo schermo ci restituisce.

L’incapacità di stare nella lentezza

Le emozioni hanno bisogno di tempo per sedimentare. Ma spesso noi quel tempo non lo concediamo. E la mente allora compone, e ricompone, e tenta di parlarci nel linguaggio più resistente: il sogno.

Riconoscere il mosaico: cosa succede quando finalmente ascolto i miei sogni

Ogni persona possiede un mosaico interiore. Alcune tessere sono nitide, altre scheggiate, altre ancora sembrano appartenere a un quadro che non ricordiamo di avere vissuto. Ma il mosaico è sempre lì, anche quando crediamo di averlo perduto.

Quando mi fermo davvero — senza distrazioni, senza rumore, senza quella corsa interiore che cerco sempre di mascherare con mille buone scuse — i sogni ristabiliscono il contatto. Mi mostrano ciò che avevo ignorato, ciò che avevo lasciato a metà, ciò che avevo messo in un angolo sperando ingenuamente che smettesse di esistere.

E allora capisco che nulla di ciò che viviamo si disperde davvero.
La nostra interiorità conserva tutto, anche quando noi non vogliamo farlo.

Il mosaico non è un enigma da risolvere: è un ritorno. Un lento ricongiungimento con tutte le versioni di noi stessi.

Ciò che trovo quando accetto di aprire i miei cassetti interiori

Ogni volta che mi siedo a scrivere, lo faccio per ricomporre le tessere che ho perduto lungo la strada. Non per sistemarle alla perfezione, ma per riconoscerle. È questo, alla fine, il cuore della mia scrittura: un tentativo di offrire alle persone un luogo dove possano riconoscere i loro frammenti.

Se i tuoi sogni ultimamente parlano con un linguaggio che non capisci, se senti di aver perso qualche chiave, qualche parola, qualche emozione, forse è solo il momento di rimettersi in ascolto.

Il mosaico non aspetta altro.

Se queste riflessioni risuonano in te, se senti che anche i tuoi sogni stanno cercando di dirti qualcosa, allora potrebbe essere il momento di scoprire Le Lune di Avel.
Non è solo un romanzo: è una porta che si apre sui tuoi stessi cassetti interiori.

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